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FABRICA DI ROMA: UNA CERIMONIA PER “I GIUSTI”

FABRICA DI ROMA: UNA CERIMONIA PER “I GIUSTI”

A Roma, considerando le dimensioni della città, “era semplice nascondersi, ma a Fabrica di Roma” piccolo comune del viterbese “dove tutti si conoscono, un estraneo non passa inosservato. Qui nessuno fece un fiato; un silenzio complice e protettivo che ha fatto onore all’intera cittadina”. Lo ha detto Massimo Finzi assessore alla memoria della comunità ebraica di Roma intervenendo alla cerimonia organizzata a Fabrica di Roma dal comune e dalla sede locale dell’Associazione nazionale della polizia di stato, per commemorare “i giusti” che, a rischio della propria vita, salvarono famiglie ebraiche dalla furia nazifascista. “I giusti” furono tutti i cittadini del paesino della Tuscia; quelli che, nel 1943 durante i rastrellamenti tedeschi nascosero le famiglie ebree, ma anche chi, pur sapendo, non ne denunciò la presenza perché “la responsabilità delle proprie azioni – ha anche detto Finzi-, non sono solo quelle che si commettono ma anche quelle che si omettono”, in questo caso nel bene. “Ho sentito un gridare ‘mai più’. Se vogliamo che queste tragedie non si ripetono, bisogna escludere la retorica e affidare a voi giovani la memoria dei fatti”. Finzi, infatti, nel teatro PalArte di Fabrica di Roma, ha parlato, insieme ai testimoni diretti di quella vicenda, salvatori e salvati, davanti ad un pubblico di giovanissimi.

I racconti, le famiglie ritratte in foto in bianco e nero proiettate insieme alle scene tratte da un film che ne raccontava le vicende, hanno calamitato l’attenzione dei ragazzi per circa un’ora, permettendo loro di imparare, non dai libri, ma dai protagonisti, le pagine più buie della stoia contemporanea. Finzi, lui stesso è scampando ai campi di sterminio perché, quando aveva meno di due anni, durante i rastrellamenti, venne affidato ai nonni di Paolo Guzzanti e fatto passare per loro nipote. “Dopo l’8 settembre –ha ricostruito- gli ebrei vennero considerati stranieri che appartenevano ad una nazione nemica. Quindi chi aiutava un ebreo aiutava un nemico e veniva passato per le armi. Il processo di Norimberga ha stabilito il principio, secondo il quale, quando le leggi scritte dagli uomini vanno contro le leggi naturali, abbiamo l’obbligo di non rispettarle. A Fabrica di Roma” i cittadini “hanno preferito rispondere con la loro coscienza e lo hanno fatto con la semplicità di gesti e azioni che scandiscono la vita nei piccoli centri dove resistono i valori fondamentali di famiglia, amicizia e della sacralità della vita”.

A fare gli onori di casa è stato il sindaco di Fabrica di Roma Claudio Ricci. “La pace – ha detto – non è una cosa che sta in un cassetto e sta sempre lì. L’uomo ha la memoria corta, se non fosse così tutti gli orrori che stiamo vivendo in questi giorni non li avremmo visti” ha concluso riferendosi alla guerra in Ucraina. Il questore di Viterbo Giancarlo Sant’Elia ha sostenuto che le storie raccontate dai testimoni sopravvissuti spingono a “riflessioni per costruire la pace a partire da persone semplici ma eroiche come quei cittadini di Fabrica di Roma. Ha ricordato anche il sacrificio del questore di Fiume Giovanni Palatucci che salvò miglia di ebrei prima di essere scoperto e internato a sua volta in un campo di concentramento. “Non potete crescere –ha detto il questore ai ragazzi- senza sapere e ricordare queste storie”. Dopo gli scambi di attestati e di targhe, alla presenza di una pattuglia a cavallo e la Lamborghini della Polizia di Stato, è stato piantumato un ulivo nell’aiuola di piazzale Dante Alighieri dove è stata anche scoperta una targa celebrativa a ricordo dell’evento.

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